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La Scuola Laica in Un Paese Musulmano: Il Caso dell’Azerbaigian E La Reazione Della Turchia

Hijab a scuola: perché la decisione dell’Azerbaigian ha suscitato un dibattito in Turchia

Illustration: greatreporter

La decisione dell’Azerbaigian sulle uniformi scolastiche, adottata il 21 settembre, viene discussa ormai da quasi un mese, e con maggiore intensità non nello stesso Azerbaigian, ma in Turchia. Il decreto governativo ha stabilito uno standard uniforme di abbigliamento per gli alunni delle scuole statali, e l’hijab non è stato incluso in tale standard. Per uno Stato laico, quale è l’Azerbaigian secondo la sua Costituzione, si tratta della naturale prosecuzione di una linea già intrapresa: in estate, nella legge sull’istruzione generale sono stati introdotti i principi del carattere nazionale e laico dell’istruzione, e le norme di settembre li hanno tradotti nella pratica scolastica. La massima autorità religiosa del Paese, la Direzione dei musulmani del Caucaso, ha definito l’hijab un importante obbligo religioso e, nella stessa dichiarazione, ha affermato che i cittadini non hanno il diritto di opporsi alle decisioni dello Stato.

La Turchia, dove questo dibattito ha avuto maggiore risonanza, poggia essa stessa su due tradizioni. La prima, laica, posta da Mustafa Kemal Atatürk e sancita dalla Costituzione dal 1937, ha determinato per settant’anni il volto della scuola, dell’università e della pubblica amministrazione turche. La seconda, religioso-conservatrice, si è rafforzata negli ultimi due decenni, durante i quali sono state revocate le restrizioni sull’hijab nelle università e negli uffici pubblici. È da questa seconda tradizione che provengono le critiche: un consigliere presidenziale, deputati del partito di governo, proteste davanti al consolato azero a Istanbul e, in una parte dei media, paragoni con le restrizioni turche sull’hijab dei decenni passati. Baku ha risposto con moderazione e nel merito, ricordando che la laicità è iscritta nelle Costituzioni di entrambi i Paesi e che le decisioni interne di ciascuno restano di sua esclusiva competenza.

La Turchia laica, invece, vede nella decisione azera non un errore, ma un esempio, e un’occasione per parlare del proprio Paese. Il teologo e pubblicista Cemil Kılıç, noto critico dell’islam politico, il 3 ottobre ha scritto: «Se l’Azerbaigian farà concessioni agli islamisti politici, in futuro dovrà affrontare gravi problemi. Non bisogna cedere in nessun caso. È necessario preservare con cura la propria identità laica». Il giornalista Ardan Zentürk, editorialista del quotidiano Star e in passato direttore di Star TV, il 4 ottobre ha dichiarato: «Non possiamo consegnare i giovani nelle mani delle comunità religiose. I giovani, naturalmente, devono essere laici».

Il sostegno arriva anche dal mondo accademico, compresi ambienti vicini al potere. La professoressa Aygün Attar, ex rettrice dell’Università di Giresun e membro del Consiglio per la sicurezza e la politica estera presso il presidente turco, il 30 settembre ha definito un approccio in malafede il tentativo di considerare i requisiti aggiornati per le uniformi scolastiche come una legge anti-islamica e di chiamare quanto accade «il 28 febbraio azero», con riferimento al 1997, quando i militari turchi costrinsero alle dimissioni un governo islamista. Ömer Faruk Kocatepe, studioso di relazioni internazionali e professore associato presso l’Università della Difesa Nazionale turca, il 13 ottobre ha sottolineato: «È sbagliato valutare l’Azerbaigian esclusivamente attraverso il prisma della Turchia. L’Azerbaigian è uno Stato indipendente, con una propria storia e proprie peculiarità politiche e sociali. Ignorare queste realtà ed esprimere giudizi negativi è ingiusto. La nostra fratellanza è al di sopra degli eventi politici attuali, dei disaccordi e dei dibattiti». L’attore e conduttore televisivo Uğur Rıfat Karlova il 15 ottobre si è espresso contro l’imposizione di convinzioni religiose ai bambini fin dalla più tenera età: «È proprio per questo che Atatürk introdusse la laicità nel nostro Paese. Altrimenti avremmo potuto trasformarci già da tempo in una società simile all’Afghanistan». L’editorialista del quotidiano Akşam Oğuzhan Bilgin il 5 ottobre si è chiesto chi stesse cercando di sabotare la fratellanza turco-azera, rispondendo che nessuno ci sarebbe riuscito.

Allo stesso tempo, non si tratta di un divieto dell’hijab. I nuovi requisiti si applicano soltanto alle scuole statali; per università, luoghi di lavoro, strade e moschee non cambia nulla. Lo stesso decreto consente l’abbigliamento tradizionale durante gli eventi scolastici dedicati alla storia e alla cultura dell’Azerbaigian, mentre il compito di garantire il rispetto delle regole è affidato ai consigli pedagogici delle scuole. L’hijab non viene menzionato nel testo del decreto. La logica dell’approccio laico è che la scuola statale sia un luogo in cui i bambini di famiglie diverse si incontrano su un piano di parità, mentre l’educazione religiosa resta una questione delle famiglie, delle comunità e degli istituti di istruzione religiosa.

È così che funziona la scuola in molti Paesi europei, e nessuno di essi viene considerato per questo meno libero. In Francia, dal 2004, una legge vieta nelle scuole statali i «simboli religiosi vistosi» — hijab, croce, kippah e turbante; riguarda la scuola primaria, il collège e il lycée e non si estende alle università, dove tali restrizioni non esistono. La legge è stata approvata a larghissima maggioranza dall’Assemblea nazionale, con il sostegno della destra e della sinistra, e la Corte europea dei diritti dell’uomo ne ha più volte riconosciuto la conformità alla Convenzione. In Austria, dal settembre 2026, le alunne di età inferiore ai quattordici anni non indossano l’hijab in tutte le scuole del Paese, pubbliche e private; la legge è stata approvata congiuntamente da conservatori, socialdemocratici e liberali, e quattordici anni è l’età a partire dalla quale il diritto austriaco riconosce agli adolescenti il diritto di decidere autonomamente sulla propria religione. In Belgio, la rete delle scuole statali delle Fiandre vieta i simboli religiosi dal 2009 e nel 2024 la Corte di Strasburgo ha confermato la legittimità di tale disposizione. I Paesi Bassi e la Danimarca non consentono di coprire il volto nelle scuole.

La scuola laica è la norma anche negli Stati musulmani. In Kazakistan, i requisiti relativi all’uniforme scolastica obbligatoria, che escludono gli elementi religiosi, sono stati approvati nel 2016; in Uzbekistan, l’uniforme scolastica unica è stata introdotta nel 2018. Il Tagikistan, nel giugno 2024, si è spinto oltre, vietando per legge di indossare nei luoghi pubblici abiti «estranei alla cultura nazionale». Azerbaigian, Kazakistan e Uzbekistan sono membri dell’Organizzazione della cooperazione islamica, il cui prossimo vertice è previsto a Baku nel 2027. E a Cipro del Nord, nel 2025, è stata la società stessa a difendere la scuola laica: quando il governo ha autorizzato le studentesse delle classi superiori a indossare l’hijab, circa tredicimila turco-ciprioti sono scesi nelle strade di Nicosia, a settembre la Corte costituzionale ha annullato l’autorizzazione e in ottobre il leader dell’opposizione laica è stato eletto presidente.

Il dibattito in corso in Turchia sulla scuola azera è, in realtà, un dibattito della Turchia su se stessa: su quale delle sue due tradizioni sia più solida. Quella attuale, religioso-conservatrice, vede nella fede il fondamento sia della politica interna sia dei rapporti con i vicini e per questo reagisce alla decisione di Baku come se si trattasse di una scelta propria. La tradizione sulla quale è stata fondata la repubblica parte da un’altra idea: la fede appartiene all’individuo, la scuola a tutti, e lo Stato è tanto più forte quanto meno offre motivi di divisione su base religiosa. L’Azerbaigian è arrivato allo Stato laico seguendo una propria strada, ma raggiungendo lo stesso risultato, e in questo è più vicino alla Turchia di Atatürk che ai suoi critici di oggi. La laicità non è un divieto della religione, ma il diritto di ciascuno di credere o non credere senza coercizione; e, a quanto pare, nella stessa Turchia c’è ancora chi è pronto a difendere questo diritto.

Alina Halytska è docente universitaria e ricercatrice all’Università Nazionale Taras Shevchenko di Kyiv. Ha conseguito lauree magistrali in Filologia e in Giurisprudenza, ha svolto studi di dottorato in Filologia e insegna all’università. Ha seguito percorsi di formazione internazionale sull’istruzione superiore, sulle pratiche accademiche europee e sulle tecnologie digitali per la ricerca, e ha pubblicato ricerche su riviste scientifiche.

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